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Intervista con Guido Catalano: D’amore si muore ma io no è il suo primo romanzo Il poeta che voleva essere una rockstar risponde alla nostre domande in versione Questionario di Proust

di Federica Palladini, 12 Febbraio 2016 Ha pubblicato sei libri di poesie, lo sentiamo su Radio 2 a Caterpillar, lo leggiamo su Il Fatto Quotidiano (dove ha un blog), ha compiuto 45 anni il 6 febbraio e l’11 è uscito il suo primo romanzo, dal titolo D’amore si muore ma io no, edito da Rizzoli. […]

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Catalano: “Con la poesia pago l’affitto”

 

 

 

 

 

Guido Catalano è un caso. Un caso surreale. Perché a vederlo è un po’ così, stralunato, fuori posto, a disagio. Poi attacca a parlare, e allora vola altrove. La parola è il suo campo e lì si muove alla grande.

 

Poeta, performer, cantante, attore, comico. Come preferisce essere definito?

«Artista. Mi piace che l’insieme delle mie specificità vengano collocate in un ambito creativo».

 

Qual è l’unità di misura del suo estro?

«Ironia e autoironia. Chi le ha soffre di vivere accanto a chi ne è privo».

 

E lei in questo momento sta soffrendo?

«Un po’, ma per amore. Però sono contento…».

 

Cioè?

«Il mio cuore si è scongelato. Era diventato un iceberg, credevo non mi sarei più innamorato».

 

Innamorato ma sofferente. E la fortunata sa di essere la sua musa ispiratrice?

«L’amore costituisce il settanta per cento del mio lavoro, ma questo non significa che i fatti attorno non mi coinvolgano. E comunque, sì, lei lo sa».

 

Facciamo una prova. Se le dico «Genny ’a carogna» quanto si sente stimolato?

«Zero. Non scriverei mai nemmeno di Renzi, Berlusconi o del dito medio di Fassino».

 

Troppi rischi?

«Diventerei serio e perderei l’ironia. Ma gli scontri allo stadio, le reciproche volgarità mi intristiscono e condizionano l’umore con cui scrivo».

 

Torino sa ispirarla?

«Torino l’apprezzo anche se non sono qui le mie origini. E’ una città povera, una palestra dura, non infiocchettata proprio come quella di Rocky. Però, se riesci a uscire, spacchi ovunque. Penso a Baricco, Littizzetto, ai Subsonica».

 

Lei scrive poesie, diecimila copie vendute con un piccola casa editrice, Miraggi. Sa di essere un caso letterario, vero?

«Ho lavorato per diventarlo».

 

Non è merito del suo talento?

«Qualità e tenacia. Un mix. Ho cominciato quindici anni fa, non ho mai mollato. La mia è stata una lenta salita».

 

La poesia, al giorno d’oggi, ha ancora senso?

«Con la poesia ci pago l’affitto».

 

Un romanzo no?

«Sto provando a scriverlo, ma non rispetto le scadenze di consegna».

 

I più grandi poeti per lei?

«Mogol-Battisti, e Schulz dei Peanuts».

 

Una risposta per chi l’ironia non ce l’ha?

«Prévert».

 

C’è una domanda che nessun giornalista le ha mai fatto e vorrebbe sentirsi rivolgere?

«Bella questa. Però non ho la risposta…».

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